C’è qualcosa che per guarire avvelena; c’è qualcosa che per avvelenare guarisce; c’è qualcuno che scompare perché trova di meglio e la mia vita da un giorno all’altro passa dall’essere piena di lei a essere completamente piena di silenzio, il suo silenzio; c’è qualcuno che scompare perché una domenica, dopo pranzo, le arterie le si chiudono ed è come se qualcuno di colpo spegnesse la luce o chiudesse un rubinetto, e non serve poi lottare una settimana intera. Ed un sabato di vento forte si guida fino alle colline per veder splendere il paradosso, tanta gente al funerale e nessuno mai a farle compagnia nel fine settimana. E resto lì come stordito e non piango e non sento niente e non riesco nemmeno a ricordare nulla che riguardasse lei e me.
Sparecchio, sistemo, pulisco per terra, carico la lavapiatti, poi stendo i panni, poi vado a fare la spesa, incerto se sentirmi annoiato mortalmente da questa deriva casalinga o fiero della responsabilità che dimostro nell’assolvere ai miei doveri. In auto con il nuovo dei dogo a palla, i bassi che vibrano mi picchiano in pancia. Una mano sul volante, la destra, e il braccio sinistro appoggiato fuori dal vetro, per la postura da vero tamarro della barona dovrei stare più storto, avere un cappellino in testa (e io il cappellino non lo possiedo proprio) e gli occhiali da sole. Una volta dentro proseguo con la postura rilassata e scelgo le cose da infilare nel carrello, guidandolo con gli avambracci. Se all’esselunga guarderanno mai tramite la mia fidaty card gli acquisti che faccio penseranno due cose: che sono abitudinario (compro sempre le stesse cose) e che sono alcolizzato (tra le stesse cose molto vino). Mentre passeggio nel corridoio etilico, una tizia chiede consiglio all’addetto allo riempimento scaffali su un rosso da portare a cena. Lui le porge una bottiglia di marzemino nientedichè e le dice a referenza “questo lo beveva un signore che si chiamava Mozart”. Io non capisco perché un grande musicista dovrebbe essere anche un intenditore di vino, ma evidentemente il problema è mio perché la tizia scodinzola via felice.
Vado a correre e a pensare.
Lungo il naviglio si sprecano i papaveri ai bordi della strada, e io amo i papaveri. Appena si esce dalla città partono le risaie col loro verde brillante, e io amo le risaie.
Mentre corro accanto a cascine abbandonate o a fabbriche dismesse io non posso fare a meno di pensare a dove potrei ripararmi per dormire se rimanessi senza casa, senza lavoro, senza nulla. E’ un pensiero concreto: studio i possibili punti d’entrata, le difficoltà e le soluzioni. Mentalmente mi dico: potrei scavalcare da lì, potrei ripararmi in quella ex stalla, così sento se qualcuno entra e faccio in tempo a scappare; il fosso dei campi non è lontano, così potrei avere l’acqua, eccetera.
Lo so che sembra strano, ma non ci posso fare niente, ho sempre avuto questa cosa.
Freud dice che si vede che dentro di me credo di non meritare quello che ho, e quindi penso che non durerà, che prima o poi qualcuno scoprirà il bluff, e allora sì, finito il cinema.
Trasferta lavorativa. Giornata dura, a tratti perfino aspra, ma alla fin fine me la cavo benone ed arriva sera.
Vado in albergo. Check in, modi formalmente ampollosi del personale alla reception. Io rispondo da signorino ma in realtà mi concentro solo sui movimenti delle labbra della signorina mentre mi parla e faccio pensieri impuri. Belli, ma impuri.
Quinto piano. In ascensore profumo di manager incravattato e ben rasato.
Stanza grande, bella, ordinata. Mi spaventa un po’.
Apro la valigia e sparpaglio le mie cose, sul letto, sulla poltrona, sul tavolo, per terra.
Ora va meglio.
Tolgo l’uniforme del mio conformismo: la giacca, la cravatta, la camicia.
Resto coi boxer perché nudo bruco no, ci ho una dignità io.
Faccio le telefonate lavorative che devo fare: il mio capo da rassicurare e influenzare, il mio cliente da blandire e sedurre. Una vitaccia proprio.
Poi doccia bella lunga e laptop con i dogo a palla, che io lo so che il vicino di stanza sarà perplesso rispetto ai miei gusti musicali, ma in questo periodo va così.
Fuori dal vetro raffiche di vento e minaccia, nemmeno troppo velata, di pioggia. Sono solo, decido di cenare al ristorante dell’hotel, per fare prima.
Locale un po’ pretenzioso ma quasi vuoto, bene.
Prendo posto.
Acqua, vino, grissini.
Ecco il menu.
Tra gli antipasti la mia attenzione cade sul “tonno di coniglio su aceto balsamico e radicchio rosso”. Eccheccazzo.
O è tonno, o è coniglio.
O nuota serafico nel mare aperto o zampetta garrulo nei prati.
O ha le squame sulla superficie corporea, o ha il pelo.
Vabbé.
Il cameriere mi porta una cosa che non ho chiesto, “per ingannare l’attesa”.
Perché dovrei ingannarla, questa attesa? Non posso essere onesto e sincero con lei e dirle la verità, cioè che non ho intenzione di aspettare oltre questo cazzo di tonno di coniglio?
Il mio vicino di tavolo opta per il “prosciutto pesante”, che gli viene garantito essere una specialità friulana. Voglio dire, anche il prosciutto di parma se te lo lancio sulla gobba non è proprio light, ma va bene. Inspiro ed espiro. Devo imparare a lasciare correre o mi trasformerò al più presto nel nano Brontolo.
Mi deprimo progressivamente.
Realizzo di essere solo.
La vicina di tavolo ignora la persona che le siede di fronte e parla al cellulare per tutta la durata della cena.
Il cameriere, più triste di me, scompare in cucina per lunghi tratti, impedendomi di andarmene proprio quando qualcuno mi schiaccia “off” sulla schiena, spegnendo qualsiasi mia resistenza fisica e nervosa e io ho fretta, d’improvviso ho fretta, voglio andare in stanza a deprimermi per bene, a completare l’opera di annichilimento.
Salgo a piedi, sedotto dal pendio dolce assicurato da questi gradini che girano lungo il perimetro della torre attorno alla quale si sviluppa l’albergo.
Eccomi in stanza.
Siedo sul letto, rimango immobile a perplimermi ed interrogarmi sul da farsi.
È in momenti come questi che la droga, l’etilismo spinto, il meretricio, la rivoluzione socialista e perfino l’autoerotismo mi sembrano le uniche vie di uscita possibili. Consolatorie, temporanee, ma possibili. Ok, la rivoluzione socialista no, ma le altre sì.
Comincio un film sul piccì, ma smetto perché la visione richiede troppo tempo.
Comincio lo zapping in tivù, ma smetto perché certi programmi richiedono troppo fegato.
Comincio a leggere un libro ma smetto perché la lettura richiede troppa concentrazione.
Guardo un po’ fuori dalla finestra i tetti di Torino spazzati dal vento, ma proprio non mi riesce di sentirmi un poeta romantico nel pieno dei suoi struggimenti: resto un imbecille in trasferta, mezzo ubriaco e tristanzuolo.
Premessa noiosa:
E’ Torino, con il suo accento strano in bocca alle persone, con vocali aperte o chiuse in modo differente dalle mie.
I giorni scorrono lavorando, e io non ci sono più abituato. I giorni scorrono recitando il lavoro, è una specie di teatrino, io faccio la mia parte fingendo di crederci, i miei interlocutori fanno la loro parte fingendosi interessati. Io appeso nelle pause al blackberry tra email e sms nel tentativo disperato di sentirmi altrove.
Le notti intanto sgocciolano come moccio dal naso, tra sere piovose di aprile che cazzo dovrebbe essere primavera no?, io senza ombrello a cena da solo, lo sguardo perso tra il corriere e le tette della cameriera, più queste ultime del corriere dico la verità, anche se poi io non sono un fan delle tette ma quello c’è.
E poi notti trascorse in una stanza di albergo davvero impersonale, non funziona nemmeno il telecomando, cazzo, non funziono nemmeno io, la mia mente è inceppata e bloccata come il canale della tivù.
Immagini fisse, pensieri fissi, vaga sensazione di fastidio, prurito nella zona tra il collo e l’orecchio sinistro.
Parte prima:
La settimana dopo, quasi alla stazione, mi accorgo che non trovo il messaggino di conferma di Trenitalia che ti dice “hai questo posto su questa carrozza su questo treno”, più 125 righe di codici alfanumerici improbabili che tanto non userò mai.
Non lo trovo più. Forse non ce l’ho mai avuto, forse l’ho solo cancellato.
Provo a chiamare la segretaria che dovrebbe avermi fatto la prenotazione, forse nel marasma di questi 6 viaggi in una settimana (brillante escamotage per contenere i costi, anche se poi sospetto che l’andata e ritorno sull’alta velocità in prima classe costi più di una notte in quel cazzo di albergo), forse nel marasma se ne è perso uno. Lei non risponde, sono le 19 e passa, non è più in ufficio e il mio fascino nei suoi confronti non è così forte da indurla a rispondere alle chiamate al cellulare fuori dall’orario di lavoro.
Va bene.
Chiamo il call center di Trenitalia, arrivo al menu, digito il numero giusto, sono tutti occupati, non vogliono che io stia in pena nell’attesa quindi mi buttano giù. Richiamo e furbescamente faccio un altro numero nella selezione, così – mi dico - becco la linea e poi mi faccio passare quegli altri, risponde l’operatore A223, “sono Anna in cosa posso esserle utile?”,
“Anna volevo sapere se sono prenotato su un treno”,
“ah no, io non ho queste informazioni, attenda che provo a inoltrare la chiamata ai colleghi preposti”, parte la musichetta, e io me la vedo Anna che si guarda lo smalto delle unghie lasciando passare il tempo che le serve per potermi dire “purtroppo non riesco a inoltrare la chiamata, richiami e digiti il numero 2 per parlare con i colleghi preposti”,
“io l’ho fatto Anna, ma i preposti sono sempre occupati cazzo e a me parte il treno e non so se io ci sono su quel treno oppure no”,
“ mi spiace signore, non posso aiutarla”
“non è vero Anna, non ti spiace, però ciao, buona serata”
Parte seconda:
Poi ecco risponde l’operatore numero A121 “buongiorno sono Loredana”,
“sera Loredana, mi sa dire se sono prenotato sul treno delle 19.27 di oggi che da Torino va a Milano?”
“Mi dia il codice CP”.
“Loredana, abbia pazienza, se avessi quel codice saprei di essere prenotato, no?”
“Ok allora mi dia il PNR”.
“Loredana, lei forse non mi ha capito, non ho più l’sms, e siccome non ho fatto io la prenotazione non so se devo acquistare un altro biglietto o se quel biglietto ce l’ho già”.
“ho capito. Non può farsi dare il CP e il PNR dalla sua segretaria e poi richiamarmi? Io ho bisogno di quei dati”
sì, e io ho bisogno d’amore. “Loredana, mi ascolti bene: io la mia segretaria l’ho chiamata ma non mi risponde, e se mi rispondesse io non avrei più bisogno di chiamare lei! Mi aiuti a capire se sono su quel treno. Avrete un elenco nel computer con i nomi dei passeggeri”.
Sembro fare breccia. Mi chiede i dati. Da dove parto, dove voglio andare, a che ora, qual è il mio nome e il mio cognome.
“Carlo Riccardi”
“RICCARDI - lo dice proprio scandendo bene la I finale - è il nome?”
mi ripeto mentalmente stai calmo stai calmo stai calmo: “no, Carlo è il nome. Riccardi è il cognome”.
Attendo. Rumore di tasti picchiettati con le dita. “eh, qui ci sono veramente un sacco di Carlo!”
“Loredana, sia gentile: provi a fare la ricerca sul cognome, magari è meno comune, non trova?”
“come dice?”
“di usare il cognome”
“ah ecco, ho trovato! Riccardi Carlo! Eh, ma ce ne sono tanti qui”
“come tanti?”
“vedo tutti i biglietti acquistati da lei”
“ok, c’è quello di oggi?”
“non lo so, vedo solo gli acquisti del 2008”
“DEL 2008?? MA NON E’ POSSIBILE CHE NON RIUSCIATE A SAPERE SE SONO SU UN CAZZO DI TRENO!”
“Senza il CP o il PNR io non riesco ad aiutarla”
“e basta con questo CP! Non ce l’ho. Non può vedere solo i passeggeri del treno di cui stiamo parlando invece di guardare tutti i miei acquisti del 2008?”
lei sospira. “possiamo provare… quando dovrebbe partire?”
“OGGI, tra sette minuti, cazzo”
“vediamo, treno per Dortmund?”
“DORTMUND?? Loredana, sia sincera: mi sta prendendo per il culo?”
“no, signore, mi scusi, ma qui non funziona niente, ora mi si è aperta questa maschera col treno per Dortmund”
“Loredana, grazie, va bene lo stesso. Saranno i sistemi che fanno schifo. Però anche lei secondo me non li sa usare”
“ma se lei recuperasse almeno il PNR…”
“va bene, guardi, facciamo così: ora vado a Dortmund a cercarlo. Buonasera.”
Epilogo:
Sconsolato vado al treno. In testa al binario ci sono un uomo e una donna, con un pc e la divisa di Trenitalia.
“Buonasera, forse potete aiutarmi” e spiego.
Mi risponde lei “ Mi dà il codice CP?”
“Signora, se l’avessi avrei l’sms”
“si ricorda il posto che aveva?”
“No”
“E io come faccio? Dovrei scorrere tutti i posti uno per uno guardando se c’è il suo nome? Capisce che è una cosa lunga”
L’uomo a fianco a lei, baffomunito, butta là un “facciamo la ricerca col cognome. Come si chiama?”
“Riccardi”
lo digita. “Carlo?”
“SI’”
“Carrozza 2 e posto 76. questo è il suo PNR da comunicare al controllore. Vuole che glielo scriva?”
L'operazione intera gli richiede 46 secondi netti.
Io non piango solo perché ho senso del pudore.
L’estetica della noncuranza, il disordine di casa tua
qualche indumento sul parquet
il letto sfatto, un cuscino profumato di te
la paura di essere umano
la paura degli esseri umani
- lo vedi, puoi diventare quello che ti pare -
“dietro l’aspetto ordinario non hai niente di ordinario”,
questa tua frase buttata lì come una sentenza
- e io adoro le frasi ad effetto, anche quando sono bugiarde
come in questo caso,
la bellezza alle volte è meglio della verità
come un massaggio alla schiena
alle volte
è meglio di un pompino
- lo specchio mi dice che anche io posso avere occhi cattivi
lo specchio mi dice che sono un figlio di puttana -
ora metti del blues oppure chopin
e torna qui a mostrarti per quel che sei
nessun vestito, nessun ruolo,
nessuna finzione
spettinami mentre faccio disegni immaginari sulla tua pelle
apparentemente assorto, rigorosamente zitto
“a cosa stai pensando?”
“a niente, assolutamente a niente”
che poi è quello il bello di scopare, no?
ritornare animali e basta, smettere
di pensare al passato, al futuro
al presente
smettere di pensare,
mentre tu con le unghie tracci linee ardenti e parallele sulla mia schiena
segni da guardare nello specchio
una volta tornati alla normalità fatta di docce mattutine
nel tepore di stanze da bagno
con piastrelle lucide di umidità, la schiuma dello shampoo
insieme all’acqua, dalla testa per la faccia
giù sul corpo
riapro gli occhi sullo specchio appannato
di tre quarti sbircio le tue zampate sulla schiena
- lo specchio mi dice che anche io posso avere occhi cattivi
lo specchio mi dice che sono un figlio di puttana -
esco dalla doccia, mi faccio l’occhiolino
e alzo il volume della musica di un bel tocco
per non sentire
nient’altro.
“oggi sei dolorosamente bella”
“dici dolorosamente perché mi vedi triste?”
“no. l’avverbio è per me.”
“non ho capito”
“oggi sei clamorosamente bella. non essendo mia, ne soffro. sintesi: sei dolorosamente bella”
“ah non sono tua?”
“no. non mi risulta, almeno”
lei sorride ammiccando a tutto un mondo di non detto.
“peccato che la bellezza non dia la felicità”
“se è per questo, figurati la bruttezza”
“certo che dialogare con te, damone, è sempre un’esperienza surreale”
“ti ringrazio. la realtà è così arida che se riesco ad essere surreale sono felice”
“ma io non ti stavo facendo un complimento. intendevo dire che dai delle risposte che troncano la conversazione”
“uhm”
“non sembri interessato davvero al dialogo o a ciò che l’altra persona ha da dire; sembri concentrato più sulla battuta ad effetto. sei concentrato più su te stesso che sull’altra persona”
“a parte che se anche l’altra persona si concentrasse un po’ su ciò che ha da dire le mie conversazioni in generale ne guadagnerebbero; mi stai dicendo che sono un colossale narcisista egocentrico?”
“forse. può essere”
“e ti ci è voluto tutto questo tempo per arrivare a questa conclusione? bastava chiedermelo all’inizio, avrei confessato, subito”
“tutto qui? ti limiti a prendere atto della realtà?”
“non vedo che altro potrei fare. se vuoi ti prometto che mi impegnerò per migliorarmi, per cambiare le cose di me che non ti piacciono. ma sono stronzate da innamorati quattordicenni, e dovresti saperlo; direi che noi siamo fuori tempo massimo”
“anche perché non siamo nemmeno innamorati”
“oh, grazie per averlo puntualizzato. non si sa mai, magari per un attimo rischiassi di illudermi e poi prendere coraggio….”
“bè, bisogna dire le cose come stanno, no?”
“perché? chi l’ha detto? l’ha ordinato il medico?”
“no, ma la verità è la verità. i fatti parlano”
“mamma mia che tristezza tutta questa aderenza alla realtà. suvvia, puoi darmi di più, credimi, puoi fare di più”
“tipo?”
“…sesso orale?”
“sei un porco schifoso!”
“vabbè, se non hai nemmeno un briciolo di senso dell’umorismo dimmelo che non perdiamo tempo. dovresti distinguere una battuta dalla verità che ti è tanto cara”
“e questa era una battuta?”
“ vuoi anche una risposta?”
“non faceva ridere”
“vuol dire niente sesso orale?”
“se sei serio, sei anche stronzo. se stai scherzando, non fai ridere”
“infatti mica faccio il comico”
“sì, ma io ti ricordavo simpatico. mi aveva colpito molto la tua ironia. ora mi sembra un po’ più cattiva, più maligna”
“sarà perché invecchio”
“e poi mi aveva colpito il fatto che scrivessi. un sacco di cose romantiche, ma non troppo sdolcinate”
“già. ci provavo”
“e ora?”
“cosa?”
“non scrivi più? non ci provi più?”
“non mi riesce. incredibile, come mi riuscisse facile prima e come non mi venga più ora.”
“peccato”
“perdo il mio fascino, eh?”
“un po’ sì”
“potrei trascrivere i nostri dialoghi." magari ne potrebbe uscire qualcosa di interessante”
“dai! credi che ne uscirebbe qualcosa di interessante?”
“non so quanto sarebbero avvincenti i nostri dialoghi, tolti dal contesto delle tue lenzuola; specialmente per le parti in cui parli tu”
“che battute da stronzo”
“altri complimenti, mademoiselle?”
“eppure, mi piacerebbe finire dentro a un tuo pezzo!”
“non ne sarei tanto sicuro, fossi in te”
e infatti.
intanto il sole sorge
il sole a picco
il sole cala
e io, io mi consumo
come una candela di cera
l’anima si secca come un fiore reciso
tutto il teatrino in cui reciti ogni giorno
all’inizio ne ridi,
pensi di essere furbo, di poterci stare consapevole
pensi di fregarli tutti
poi con il tempo non ti accorgi nemmeno più
che non stai recitando, sei diventato quello lì
e l’innocenza scolora,
annacquata dall’alcol
e l’amore, l’amore non redime
non lenisce
l’amore ti sfinisce, quello che pretendi
in cambio di quello che dai,
e il corpo si segna
l’ansia, la tensione, la vita del cazzo che conduci
cadono i capelli, si scavano i visi e le occhiaie
si occludono le arterie
la gioia ti abbandona, evapora
si disperde nell’aria insieme al fumo delle sigarette.
Quando arriverà la morte
non le sarà rimasto molto
da prendere.
“Mami, ti prego non andare fuori
e vieni sotto il piumino, facciamo un sonno sereno
e tra vent’anni, ce ne ricorderemo”
(Dargen D’Amico, “arrivi stai comodo e te ne vai”)
Ora per esempio,
ora che dovrei essere cresciuto
ora che sono un uomo, con delle responsabilità e con la barba in faccia
ora, chi me le racconta le mie favole
ora che vorrei
mia madre a rimboccarmi le coperte
una carezza a rassicurarmi che la notte
e il buio non sono niente di cattivo, basta chiudere gli occhi
e un attimo dopo è mattino
Mamma, perché non vieni?
Perché attorno a me invece vedo facce affilate come lame?
Vedo uomini con occhiaie
e sguardi da lupi
e donne ostili come guerrieri, con bocche
fameliche e oscene,
tutta questa aggressività mascherata da sesso,
questo sesso travestito da aggressività
e io, io non mi so perdonare
non ne sono mai stato capace, nemmeno quando ci ho provato
ci ho provato davvero, ad essere diverso
a fottermene come gli altri, a essere come gli altri
ho provato ad ingannare quel che sono
ma il buio e la notte
nascondevano cose cattive, mamma,
e io ci sono caduto dentro, e ho fatto la faccia dura
per non fare vedere che avevo paura
ho provato a muovermi come avevo imparato per strada,
come mi sembrava si dovesse muoversi
mi sono versato vini e birre e whisky
ho sputato veleno e cazzotti e un dente
ma non è servito a trovare il coraggio di guardarci,
dentro al buio,
e io non posso dormire, non ci riesco
i miei demoni mi vengono a trovare
i miei spettri, vengono ad assillarmi
e mi sveglio gridando forte la paura,
mentre il vicino batte manate sul muro
che non ne può più
della mia follia
Papà, dove sei? Ora che sono padre anch’io
avrei bisogno di essere figlio
avrei bisogno di pensare a stare bene
avrei bisogno della tua mano grande sopra la mia
per provare a smettere di piangere
e dimenticare
che non esisti più
e che io ancora non so se sei davvero da qualche altra parte
ma voglio il diritto
di smettere di fare finta di sapermela cavare,
giuro,
mollo i soldi che sto facendo
le donne che soddisfano il mio narcisismo e le mie voglie
mollo il lavoro gratificante
mollo l’ego che mi sono costruito
arguto brillante pseudointellettuale del cazzo
mollo tutto, giuro,
per una domenica tiepida in famiglia
a credere ancora di poter stare nel mondo
a mio agio
come fosse la casa in cui sono cresciuto
Premessa:
Questa estate, per le vacanze, per la prima volta nella mia vita, mi sono recato con moglie e figlia in un villaggio, di quelli “all inclusive”. Non eravamo entusiasti di quel concetto di vacanza ma, avendo una bimba di quasi due anni, abbiamo scelto di provare, per non avere da cucinare, pulire, eccetera. Per farci coraggio, ci ha accompagnato nella scelta (e nella vacanza) una coppia di amici, che ha una bimba della stessa età di mia figlia. Di seguito riporto alcuni degli scambi (ovviamente non tutti) avuti con dei rappresentanti della specie “Animatori”.
“Ciao ragazzi!! Ben arrivati!! Io sono Francesco!!”
Noi, cortesi, diamo la mano e pronunciamo i nostri nomi di battesimo in faccia al suo sorriso.
“Sono a vostra disposizione per qualsiasi cosa!! Ora andate alla reception a registrarvi e poi tornate qui a prendere i bagagli!!”
Obbediamo. Venti secondi dopo torno indietro per chiedergli un’informazione. Gli arrivo da dietro “Scusa..”
“Ciao!! Ben arrivato!! Io sono Francesco!!”
“….”
“Ora devi andare alla reception..”
“Ci siamo appena presentati.”
“Eh, cosa vuoi….vedo tanta gente…”
“20 secondi fa”
“….e i bagagli?”
“….”
Mentre mi allontano, noto che almeno gli è sparito quel cazzo di sorriso dalla faccia.
Cominciamo a girare per il villaggio. E incontriamo di continuo uno di questi animatori, per la maggior parte pugliesi o campani. In ogni corridoio, giardino, piscina, ovunque, ogni animatore che incroci ti sorride come se fossi un suo amico di infanzia e squilla “CIAO!”; ho provato a passargli avanti e indietro, tipo fotocellula, e ogni volta “CIAO!”.
Io all’inizio ricambio saluto e sorriso. Poi solo il sorriso, o solo il saluto, a voce sempre più bassa. Alla fine dei quindici giorni taccio e guardo altrove; in taluni casi mi scappa un “fottiti”, sibilato a mezzavoce.
Mattino del secondo giorno, in spiaggia:
“CIAO!! Di che squadra sei?”
“Scusa?”
“Di che squadra sei?”
“…”
“E’ una domanda semplice: di che squadra sei?”
So di sbagliare ma azzardo: “inter?”
“Ma noooo. Intendo nel nostro gioco”
“Non ne ho idea. Ma non importa, non voglio giocare”
“Ma noooo. In che camera sei?”
“1367”
“Le camere da 1100 a 1300 sono nella squadra del sogno, le camere da 1300 a 1500 sono nella squadra dell’incubo”
“….”
“In che camera sei?”
“1679”
“Ma noooo. Quella camera non esiste”
“Ah. Allora non ricordo”
“Lo vedi questo portachiavi che hai in mano? Dice che sei nella 1367”
“…”
“Quindi sei nella squadra dell’Incubo”
“Infatti, gli somiglia…”
“Come dici?”
“Niente”
Il mattino dopo, lo stesso animatore:
“CIAO!!, In che squadra sei?”
“…”
“Sogno o Incubo?”
“Io sogno che quest’incubo finisca”
“Ah ah ah, sei troppo simpatico!!”
“Già, dovreste pagarmi. O almeno lasciarmi in pace, così, come premio”
Giorno 3.
Animatori a caccia tra gli ombrelloni: “Ci serve uno dell’Incubo per la gara di mr papà!”
“Mi spiace, sono del Sogno”.
20 minuti dopo. “Ci serve uno del Sogno per il lancio del cesso”
“Scusa?”
“Il lancio del cesso.”
“Ma sto cesso è di plastica?”
“No, no, è vero, di ceramica.”
“Mi spiace, sono dell’Incubo”
Si allontana, ma lo vedo che ci rimugina.
Il mio amico Merlo, spaparanzato sulla sdraio, mi fa “Tutta questa competizione mi mette tensione”.
“Si vede”
“Vado a prendere due birrette?”
“Ichnusa, mi raccomando”
Poi guardiamo gli altri. Fanno la fila per partecipare a qualsiasi minchiata.
Settantenni copiano i passi dei balli di gruppo, o di YMCA; uomini tatuati dall’aspetto truce ballano l’intramontabile Meneìto, o il ballo del Pinguino. Siamo una specie destinata all’estinzione, è del tutto evidente.
Il Merlo osserva l’ennesima sfida e fa “Magari finisce a botte…”
Io ridacchio.
Il dramma è che non passa nemmeno un’ora e poi succede.
Per ‘sti giochi insulsi nasce una mezza rissa. Gli animatori separano i contendenti; la voce nel megafono richiama tutti al fatto che siamo qui per divertirci. Il mio concetto di divertimento prevede l’assenza di animatori. O almeno di quelli per adulti, che dovrebbero essere capaci di divertirsi senza lanciare un cesso; o almeno, senza farlo perché glielo chiede un tipo vestito da Sbirulino.
Dai megafoni continuano a mandare: musica di merda, riepilogo della divisione in squadre, regole dei giochi, musica di merda, nomi dei capisquadra di Sogno e Incubo, uno dei quali - il perdente - finirà ricoperto di sterco di cavallo, orari dell’acqualoca, orari del torneo di calcetto, orari del corso di balli latinoamericani, musica di merda.
Ogni mattina aprono le attività con l’unica canzone decente, di Caparezza, che dice “vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia…”. Solo che noi siamo in Sardegna, cazzo.
Ci facciamo spostare di ombrellone per allontanarci dal centro delle attività sulla spiaggia e troviamo un po’ di requie.
Per giorni ci ammorbano con sfide di ogni tipo, che culmineranno a ferragosto, evento atteso manco fosse lo sbarco degli alieni sulla terra.
Arriva ferragosto. Un esercito di animatori ci attende all’ingresso della spiaggia: “ragazzi, oggi ci DOBBIAMO divertire un casino!!”
“Bè, anche ieri non volevo tirarmi delle mattonate sugli zebedei”
“Sì, ma oggi è FERRAGOSTO!! Oggi ci DOBBIAMO DIVERTIRE”
“Non è difficile, basta che ci dimentichiamo reciprocamente, all’unisono”
“Vabbè, ma non c’hai il senso dell’umorismo…”
A un certo punto un animatore corre trafelato verso di noi.
“Ragazzi, presto, venire tutti, dobbiamo fare la catena umana, ci hanno sfidato gli altri villaggi, capite? Ci hanno sfidato!!”
Il tizio dell’ombrellone avanti al mio alza lentamente lo sguardo dal giornale, guarda l’animatore, poi si gira verso di me e fa con calma quasi teatrale “Ma chi se ne frega?”
Da lì in poi ci amiamo, e anche le nostre rispettive bimbe iniziano a giocare insieme.
Animatrice gnocca all’ingresso della spiaggia:
“Oggi ti voglio cattivo!!”
“Io oggi ti voglio da dietro!!”
Lei non ride. Poi ero io quello senza senso dell’umorismo…
All’uscita dal pranzo gli animatori ci aspettano, ogni giorno, per proporci di partecipare al GiocoCaffè (gare di karaoke, gare di barzellette, gare di mimo e altre amenità, sospetto perfino gare di rutti).
Lì ho conosciuto l’unico animatore che stimavo; anziano, sempre sudato come un porco (e puzzolente come un cinghiale morto). Un giorno è rimasto tutto il tempo sotto il sole con una tutina aderente sintetica stile Elvis. Ballava latinoamericano con perizia insospettabile, e ci invitava al GiocoCaffè ogni giorno dicendo con ironia, lentamente “ci divertiamo COME PAZZI al GiocoCaffè”. Grande stile, davvero.
Nonostante questo, niente, non ci siamo mai andati al GiocoCaffè.
Non abbiamo senso dell’umorismo.
Peccato.
Ecco, tutto finisce e allora anche agosto e la villeggiatura (come diceva mia nonna) e bene così, che a casa mia ci torno sempre volentieri, sebbene poi tocchi lavorare.
E però: niente più sole sardo sulla pelle, niente più acqua cristallina nella spiaggia di tuerredda dentro la quale menar vigorose (oddìo, si fa per dire) bracciate di crawl; niente caffè shakerato dopo pranzo, niente birretta ichnusa al tramonto sulla spiaggia, niente più risate con gli amici arrostendo un maialetto nel giardino; basta con le due ore pomeridiane da dedicare alla lettura nella veglia del sonnellino della bimba, finito il periodo dell’assenza dell’orologio, della sveglia, della televisione….
Eppure, com’è come non è, sono contento di essere tornato.
Anche se poi, oggi, primo giorno di ufficio:
- lo scuter fa i capricci in accensione, poi mi ricorda di essere senza benzina, poi mi ricorda di avere uno specchietto pendulo e fastidiosamente vibratile
- il portinaio del palazzo mi accoglie sbagliando il mio nome (io lo odio, ma voglio comunque che lui mi ami, io voglio che tutti mi amino)
- le presenze di colleghi sconosciuti e grigi (faccio il giro dei saluti in open space e molti di questi nemmanco sollevano il capo a dire bao) mi ricordano l’inesorabile declino della practice nella quale lavoro all’interno della prestigiosa multinazionale della consulenza Human Resources
- il fatto che io in una frase sia ridotto a scrivere “open space”, “practice” e “Human Resources” mi ricorda il mio, di inesorabile declino
- una collega inglese mi scrive una mail che parte con “grazie per avere accettato di fare da relatore al prossimo meeting europeo che si terrà a Francoforte…”: ma chi? Io non ho accettato alcunché, e fare da relatore col mio inglese povero e triste è un’impresa titanica. Prima sono basito, poi stupito, poi scettico, indi meravigliato, vieppiù cogitabondo, poi lo trovo, lo stato d’animo giusto: sono incazzato come un’ape. L’adesione l’ha data il mio capo, che poi ha dimenticato di dirmelo: ergo, è tutto vero, il mio nome già figura nell’agenda, non se ne esce indenni.
- alcune colleghe, complici il riposo e l’abbronzatura, sono belle da far male.
Sarà che farmi male mi è sempre piaciuto, ma, com’è come non è, io resto contento di esser tornato.
Ecco, la città si svuota per davvero.
Vengo in ufficio con la barba lunga e i bermuda, ma riesco comunque a sentirmi elegante come quando ci ho il completo blunotte, la camicia bianca e la cravatta giusta.
Al mattino in scooter canto. Canto sempre in scooter, in realtà, solo che adesso per via dell’isolamento metropolitano mi faccio meno scrupoli, e quindi libero maggiormente la voce invece di passare al falsetto per raggiungere le note alte; e ai semafori invece di smettere del tutto modero semplicemente il volume. E al limite adatto il repertorio a chi mi affianca. Tipo: “il nostro amooore voooola…”, di Pino Daniele, quando affianco la tigre urbana piena di piercing e tatuaggi; oppure “Sei più bella vestita di lividi….lasciami leccare l’adrenalinaaaaaa”, degli After, quando incontro la giovane milanese tipo (riconoscibile da scooter honda SH, e dalla mitica triade del pendant: frangetta, scarpetta, borsetta); per il manager rampante rayban-munito sfodero invece Heidi o “il gatto puzzolone, che è allergico al sapone”, seguito dallo sguardo più truce che so.
Attraverso l’atrio anticipando la domanda del custode del palazzo con un perentorio “venerdì” (lo so che vuol sapere quando parto); poi monto in ascensore con gente di altre aziende e sorrido plastificato mentre parlano dell’afa serale che dormire non li fa.
Poi prendo posizione alla scrivania e alterno 4 minuti di lavoro a 14 di svago sul web; quando sono stanco di tanto svagare, mi faccio un caffettino coi pochi colleghi reduci; quando anche il caffè mi rende nervoso mando qualche mail ad amici ancora al chiodo, o qualche sms a pulzelle già felicemente in vacanza. Poi riprovo a lavorare, ma devo rivedere del lavoro altrui, nel quale riscontro l’attenzione alla qualità che caratterizza da sempre il bue muschiato, o il maiale selvatico di montagna, o la pantegana di acquitrino, e impreco forte contro il destino che mi ha affibbiato questa responsabilità, e contro me stesso che sarò morbido e costruttivo nel feedback mentre dovrei solo manifestare apertamente tutto il mio disprezzo.
Alla fine, tanto per rimanere nel contesto delle cose senza senso, stilo un decalogo dell’estate 2008, da mandare ai miei amici, cui mi propongo di attenermi quanto più possibile (l’ordine non è vincolante, anche se freud credo avrebbe da ridire):
1 - Entrare entrare entrare (nelle compagnie, nelle feste, nei locali, dove non siamo attesi, dove non siamo invitati, dove non siamo previsti)
2 - Sovvertire l’ordine atteso: spiazzare, introdurre piccole rivoluzioni, rompere convenzioni e convinzioni
3 - Sparpagliarsi et rendersi riconoscibili (occupare spazi in modo capillare e fare capire che sì, “un altro mondo è possibile”)
4 - Mostrarsi assolutamente fuori:
- dalle mode
- dai trend
- dai percorsi obbligati
5 - Devastarsi con classe ma sbracare, almeno una volta al dì (sembra una contraddizione ma la misura è tutto nella vita, si tratta solo di capire l’attimo, comprendere cosa serve in quella situazione…e fare il contrario)
6- sperimentare nuove frontiere del linguaggio per le quali siamo totalmente incoerenti e dissonanti: io ho scelto un idioma da giovane rapper, da b-boy fuori tempo massimo (“lello lello che mi fumo una giolla…”)
7 - Limonare, limonare parecchio: donne diverse, la stessa donna che frequenti da 14 anni, non conta: se gli occhi sono la finestra dell’anima, il bacio è l’anticamera)
8 – Riposare come i vecchi, scoprire il gusto di non fare nulla, muoversi piano tenendo anche la schiena leggermente piegata in avanti, per arrivare a selezionare sul serio le cose rilevanti da fare
9 - Trovare qualcosa o qualcuno che dia almeno una botta come si deve, che va bene il riposo lo sciallo la requie, ma una scarichella di adrenalina ci vuole
10 - Diventare di un’eleganza impeccabile nei gesti, specie fuori contesto, laddove non è richiesto ed apparentemente non serve a nulla
ecco.
ora posso scendere dal monte, raggiante in volto.
buone ferie a tutti.