Confessioni e Confusioni

NICK DAMONE Vaniloquii esistenziali ed amenità assortite

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martedì, 15 luglio 2008
insetti sotto la pelle

 
Intanto le porcherie ti entrano in circolo e senti insetti camminarti sotto la pelle.
E ancora ti domandi come sei arrivato a questo, tu, il ragazzino elegante e sensibile, dai modi delicati. Ma chiedertelo non ti aiuterà, come non ti aiuterà pregare Dio e la Madonna, mentre tremi nella tua stanza anche se è luglio, e ora, sì, ora sarebbe facile accusare la sfiga il destino la mancanza di amore ma dietro tutto questo ci sei tu. L’amore lo hai bruciato tu perchè ti sembrava scontato e avevi bisogno di cadere, di inciampare, di sbagliare; e sei sempre tu che hai tradito tutti, tutti, amici e amanti, uno dopo l’altra, come un cane che segue il proprio olfatto e il proprio istinto. Che poi non sei nemmeno così, perchè non ce l’hai quella leggerezza, non ce l’hai mai avuta; semplicemente non volevi stare solo, non ne eri capace, ma non sapevi stare nemmeno con gli altri. Sapevi solo rubare baci, odori, qualche sogno.
Guardando indietro la puoi vedere bene, la discesa: ogni periodo un gradino, sempre più giù, più in basso. Ora ci provi a tenere la mente lontana dai cattivi pensieri, ma il veleno ti prende e diventa paranoia (mai calarsi un acido se non sei davvero a posto, se hai qualche preoccupazione il rischio di fare un brutto viaggio è alto, te lo ricordi, te lo diceva un tuo compagno di squadra, il primo a portarti i cartoni e a farti provare). Ora ci provi a tenerti diritto in piedi in mezzo alla stanza pensando che è solo questione di tempo e di calma, e tutto andrà bene, e tutto andrà a posto; ma non ci riesci a stare in piedi, le pareti sembrano caderti addosso, e hai la maglietta e le tempie bagnate di sudore e piangi, piangi come un bambino, come se piangere e pentirsi bastasse per diventare migliore. Che poi ad essere sinceri non hai nessuna voglia di essere migliore, vuoi solo che passi questo momento, questo paio d’ore di crisi nera, e rimbalzi addosso alle pareti e gridi ma non esce quasi niente, che sei vuoto e ti sembra di consumarti da dentro. E ti vengono alla mente le immagini, di te sdraiato per terra in una strada orrenda, ricordi?, come sei capace di conciarti?, gli occhi fuori dalle orbite, la testa allo stesso tempo pesante come un macigno e leggera come aria, come una cosa non più tua…ricordi le persone che ti hanno mollato? Che dopo gli amici si rompono i coglioni di cercare di aiutare uno che li fotte appena può; e una donna che ti ama e che sopporta quasi tutto non ti perdona se vede che la prima cosa che fai appena stai meglio è scoparti un’altra a casa sua. E certo, ricordi tuo fratello e gli schiaffi che ti ha dato per convincerti che eri uno stronzo, e le lacrime di tua madre, l’ultima a mollarti, che non ti ha ancora mollato del tutto, ma che piange e si vergogna ed è dimagrita che è l’ombra di se stessa ed è invecchiata di vent’anni e ancora non capisce e si tormenta per indovinare dove, dove ha sbagliato con te, e quando ci pensi ti senti davvero male. Quello sì che ti fa male, tutto il resto sono cazzate, e allora ti strappi i capelli a ciocche e ti tagli le braccia e piangi e vorresti tornare bambino. E davvero provare a diventare quello che voleva, un adulto responsabile, che sposasse una brava ragazza e trovasse un bel lavoro da giacca e cravatta e viso rasato e capelli corti, e tu cazzo sembravi sulla buona strada fino a quando non hai cominciato a farti male e lei a chiederti perché. Ma non c’è un motivo, non c’è mai stato un motivo vero, uno per stare al mondo o uno per buttarsi dalla finestra, tutto è indifferente, mamma, non lo vedi? Certo, potevi essere più fortunata e piangere di meno, potevo essere un giovane come gli altri, un fighetto da club, un po’ di coca nel weekend, una ragazza regolare per farci una famiglia ed un paio d’altre da cui farmelo succhiare nella dark room di un club privè, tu non avresti saputo niente e forse saremmo stati tutti meglio. Invece no, mamma, troppo diverso, mamma, se fossi stato frocio avresti sofferto molto meno, dai, gay fetish, o una di queste cose moderne, invece no; io le sostanze le ho provate tutte per poi innamorarmi di quella peggiore di tutte, fuori moda, fuori trend, un perfetto coglione anacronistico, non potevi aspettarti altro da me se ci pensi. E anche adesso, adesso che immagino un volo dal balcone che non avrò il coraggio di fare, la cosa che mi fa davvero stare male non è questa cazzo di astinenza dall’eroina che mi fa digrignare i denti tanto che fanno rumore, no: è il tuo pensiero, mamma. E’ immaginarti china nella tua cucina triste d’estate, mentre ceni con una mozzarella e con il tuo sguardo grigio, quello sguardo che ho spento io. E lo so che sei lì soltanto ad aspettare, ad aspettare la notizia definitiva, quando gli insetti che sento sotto la pelle avranno finito di mangiarmi, qualcuno mi troverà e il trillo del tuo telefono sarà il colpo di grazia sulla tua disperazione. E allora sì, anche tu, potrai smettere di piangere, e anche per te tutto diventerà indifferente, mamma. Anche vivere, o morire.

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martedì, 24 giugno 2008
verde rosso giallo e blu

 
cantiamo insieme, vuoi? sì, d’accordo
metto Heidi, ok, balliamo insieme, prendimi le mani
adoro quando ridi, intanto
i capelli lunghi e boccolosi si allargano ad accompagnare i tuoi salti
- stai sudando troppo, gioia, dai, facciamo i codini –
vieni qui, dai, fatti cambiare il pannolino
come no? dai, vieni qua, ti metto la musica, vuoi? sì, ti metto jovanotti
che ti piace, e ci cambiamo, altrimenti il sedere ti diventa rosso
come quello di un babbuino, sì, brava, babbuino, brava
ok, dai, ti faccio ridere, vuoi? guarda,
mi metto il tuo coccodrillo gigante di peluche sulla testa, e poi fingo di non trovarlo più
finchè non ci cade addosso, sì, ok, ora lo mettiamo sulla tua testa, va bene,
ora di nuovo papà, ok, dai, ora basta però,
giochiamo a palla, dai, come,
non posso stare qui? per giocare a palla
devo per forza mettermi dove vuoi tu? non va bene, sai?
il mondo non è mica fatto di gente a tua disposizione,
va bene va bene, non c’è bisogno che gridi, mi metto là,
tira dai, brava, si vede che hai preso da papà, guarda come calci bene
fai così con le braccia, dai, e grida goool, brava, così
ora prepariamo da mangiare, dai, la pappa sì,
come “mamma”? mamma arriva dopo, c’è papà adesso,
non va bene papà? come sarebbe “no”??
perchè ridi? hai già capito che papà è imbranato, vero?
eh eh eh, però ci divertiamo, dai
sì, accendiamo la musica anche qui, brava, balli veramente bene,
diventerai una donna fantastica, sai, irresistibile
la devi mangiare tutta la pappa, su, altrimenti niente libro,
su, non si fanno i capricci, dai, e non cercare di farmi ridere che non vale,
no, non si sta in piedi sul divano, quante volte te l’ho detto?
ho detto di no, se cadi da lì ti fai molta bua, e dopo mi dici come faccio io?
come faccio senza te,
senza i tuoi sorrisi coi dentoni in mostra
ora che ho conosciuto la tua gioia
a colorare la mia vita
di verde rosso
giallo e blu?

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lunedì, 16 giugno 2008
il silenzio e ginopaoli

 
Il silenzio, infatti, d’accordo.
Il rumore dei tuoi passi andati, uno sciabattìo indolente a sfumare, dal soggiorno via per il corridoio verso il bagno. Echi di quotidianità che, stando ai si dice, dovrebbero parlarmi di me, o almeno, di noi. Sempre che esista un noi, che sia più della semplice, occasionale somma delle parti; un noi che non sia un semplice “avvicinamento”, così hai chiamato tu questa storia, che appunto storia è troppo, evidentemente.
Io resto così, con la faccia da pesce lesso, preda delle mie contraddizioni; incredibile come sappia, in talune occasioni, dire le parole giuste, magiche, magnetiche, che mi permettono (proprio a me, un nientediché) di innamorare te (una che fa girar la testa, sia nel senso figurato dell’espressione che in quello letterale, fisico, per la strada); incredibile come io, lo stesso uomo di due righe sopra, sappia anche incredibilmente, in talaltre occasioni, sbagliare la cosa da dire, o tacerla semplicemente, ammazzando la poesia dell’incanto, che se non c’è quella a sorreggermi vengo fuori io, con le mie occhiaie e la pancetta tristanzuola. E invece. La quotidianità, lo sciabattare, il gorgoglio della moka, le tue mutandine gettate là con noncuranza sul parquet di legno scuro: ecco, queste cose io le adoro. Ma quando le vivo mi ci perdo, resto muto in ascolto e non so dire. “Pensi ad altro?”, questo tu domandi, e magari intendi anche ad altre, e invece no, io sono tutto preso per davvero ma non so risultare convincente nella mia stupida arringa difensiva.
Oppure ecco, si va al mare, cosa c’è di più romantico e di più clandestino di andare via da questa Milano, via dai tavolini dei locali sui navigli con le poltroncine zebrate, via dall’odore di caffè che viene dalla torrefazione all’angolo di corso Vercelli, e allora montiamo sulla tua auto e sappiamo già che mi lamenterò della musica ma va bene, ne rideremo comunque, e poi troveremo qualche pezzo senza tempo trasmesso forse per sbaglio dalla radio e allora si canta, perchè se c’è mina si canta e non c’è verso, e poi racconto di me e io lo so che a un certo punto poi racconto troppo. Ma lo so sempre dopo, al limite durante, non mi riesce di saperlo prima. Ecco, lo vedi? Come puoi dubitare del mio essere sincero? Fossi un cinico calcolatore che pianifica la sua seduzione non scivolerei così, ti pare? E invece io scivolo di continuo sulla mia debolezza che poi è un disperato desiderio di piacerti.
E si va al mare, e tu hai la gioventù, la grazia e la bellezza, e grandi occhiali da sole alla moda, e i colori giusti, e vorresti i locali giusti, in pendant con la sfrontatezza del tuo essere perfettamente sulla cresta dell’onda, così tremendamente a la page. E io? Io che posso darti, se non il mio fascino clamorosamente fuori moda, sperando che un fascino tu ce lo veda, in tutto ciò: non ci sono griffe da spiaggia su costumi extralarge fiorati a vita bassa, io sono rimasto a Cary Grant, la Lacoste o la camicia anche al mare; e non ne so niente di occhiali da sole, non li ho mai portati e non ho nemmeno uno sguardo azzurro da non coprire, no, magari, occhi anonimi del maròn più anonimo. Ti accompagno dove vuoi, quello sì, e sono più timido nel proporre per il timore di sbagliare, sbagliare mossa, sbagliare locale, fare cadere con un solo azzardo tutta questa impalcatura (questo inganno?) che sembra ancora incredibilmente reggere. Ma so le spiagge e le calette e le passeggiate struggenti e gli scogli aguzzi e le focaccerie. E certo, sì, provo ad essere brillante, misterioso, affascinante, enigmatico: soprattutto provo a farti ridere, e di solito almeno quello mi riesce e resto lì, appeso alla tua risata e alla mia voglia di baciarti. E poi, sul vino so dire la mia: nello scegliere, e anche nel reggerne l’impatto alcolico (che sei tu a darmi alla testa e non il vino) e anche nel riempire con grazia il tuo calice e anche nello specchiare i miei attimi di felicità nello scintillio dei tuoi occhi, e anche nel dire cose insopportabilmente melense come queste per poi riderne, ostentando un distacco che in realtà non ho per nulla. Poi il telo steso sulla sabbia, la tua pelle tra l’oro e il bronzo, l’odore delle creme solari dentro al naso, il mio guardarmi da fuori, il mio guardarci da fuori, come a dire “che cazzo ci faccio io qui?, com’è possibile?”; ci sei tu a dirmi quanto trovi incredibile il modo, il modo che ho io di parlarti, guardarti; a dirmi quanto trovi strano e anche forte il nostro legame, così dici, legame, una parola così diversa da avvicinamento, non trovi? Ci sei tu a dire che c’è qualcosa di magico in me, perché so come prenderti.
E come fossimo in una canzone di ginopaoli tu ti alzi e senza dire nulla vai in acqua, io aspetto ancora un poco lì sdraiato, ti guardo camminare come cammina una bella donna, ti guardo alzarti sulle punte al contatto dei tuoi piedi con l’acqua fredda; resto come uno che ha preso una botta in pancia, sto lì inebetito senza pensare, cercando solo di inspirare ed espirare, che io lo so, lo so benissimo che questo momento poi se ne andrà, che le parole dolci possono diventare pietre, che gli sguardi di intesa sanno tramutarsi in lame ma ora sono qui. E allora mi alzo anche io, ed ecco l’acqua fredda, ed ecco il tuo corpo addosso al mio, da non credere quanto sia piccola la tua vita, il tuo busto magro allacciato al mio, gocce d’acqua addosso e non la fermi, la voglia di baci e di estate.
E allora il sapore del sale, che hai sulla pelle che hai sulle labbra; mi metto a nuotare, che magari la fatica di sbattere gambe e braccia mi sfinisce e mi fa tornare nella realtà, che non può mica essere questa, dai, la mia realtà. Tornati al telo, scostati i tuoi occhiali da sole, i tuoi capelli mi sgocciolano addosso e le tue labbra sembrano dirmi che sì, invece sì.
 
 
pezzo debitore, qua e là, a Hrundi V. Bahkshi ed al suo impareggiabile Raniero Starobinski

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venerdì, 30 maggio 2008
non saprei che altro dire

e alla fine,
anche tu, perfino tu
ti rassegni, al tempo che non torna

e questi non sono più gli anni
dei locali e delle ragazze
anche se ogni tanto ancora ci provi
a crederlo

ti rassegni anche tu,
che certe cose diventano solo ricordi
di una bellezza che fa male a ripensarci,

gli innamoramenti, i corpi magri
l’eroina,
i capelli lunghi

il ricordo è vivo come fosse ieri
ma davvero niente torna
più


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martedì, 20 maggio 2008
gamberoni in salsa cocktail (pezzo da accompagnarsi con le bollicine)

“questa notte dormo fuori”
“scusa?”
“hai capito. non torno a dormire.”
“non pensi di dovermi dire qualcosa di più? tipo, dove vai, o con chi?”
“no, non penso”
“ti ha dato di volta il cervello?” – intanto ti tremava il mento come a chi sta per piangere – “hai delle responsabilità”
“mi sono rotto i coglioni delle responsabilità. e anche di te, credo. o almeno, oggi è così”
“mi stai dicendo che non mi ami più?” – intanto la tua voce iniziava a rompersi
“no. io ti amo ma non ti penso mai”.
(ecco, quella frase lì per lì l’avevo detta solo perché l’avevo sentita in una canzone dei baustelle e mi piaceva, come se invece di sentimenti si trattasse solo di una faccenda estetica. e invece era vera.)
“cosa vuol dire? non usare queste cazzo di frasi a effetto che non significano niente, non siamo dentro a un pezzo!” – intanto il tuo dolore prendeva la forma della rabbia.
“non lo so bene cosa vuol dire. ma mi è venuto. ci sarà un motivo, no?”
“tu sei uno sciroccato, dici cose senza senso! Non è possibile discutere con te!”
“infatti non avevo intenzione di discutere. avevo intenzione di dormire fuori, e ho pensato fosse carino avvisarti. tu hai iniziato a discutere”
“e cosa credevi, che io potessi non avere niente da ridire? credevi di dirmi che non torni a dormire senza che questo scatenasse niente?”
“non lo so. non mi sono posto il problema. non mi interessava”
“e avrebbe dovuto, invece! non sei un eremita, sai? hai scelto di vivere in mezzo agli altri, quindi non puoi ignorarli!”
“non li ignoro, infatti. e non li sottovaluto. non vedo perché la tua felicità debba dipendere in tutto e per tutto da qualcosa che dico o faccio io. e comunque, se è così, sono problemi tuoi. Io non posso occuparmi della tua felicità, devo pensare alla mia”
“quello sei, un egoista di merda, lo sei sempre stato, anche se prima avevi almeno il buon gusto di mascherare un po’ la cosa”
“esatto, non voglio più negoziare niente, voglio prendere quello che mi va di prendere”
“ma ti senti? cosa sei? un animale, che prende quello che gli capita? o un uomo, con un’anima?”
“l’anima….che parola ambigua…vuol dire tutto e niente”
“dimenticavo, ho di fronte il filosofo del cazzo, il letterato che si riempie la bocca di cose che gli servono, quando gli servono per evitare di finire con le spalle al muro”
“spalle al muro ti ci appiccico io con uno schiaffo se vai avanti così”
“ecco bravo. arriviamo anche a questo, dai. solo questo manca. vai a dormire da quella?”
“di chi stiamo parlando, se posso?”
“lo sai benissimo – qui scoppiava a piangere, definitivamente, con l’impeto di un fiume che esonda – non fare lo stronzo, almeno”
lei continuava a piangere, scossa dai singhiozzi. io restavo immobile. non volevo abbracciarla, non volevo cedere al ricatto emotivo. e poi non sarebbe stato giusto, non puoi pugnalare una persona e un attimo dopo abbracciarla.
riprendeva “almeno ammettilo, abbi il coraggio di dire che hai un’altra. che fai tante scene esistenziali mentre il problema è così banale, così stupido…ti scopi un’altra, punto e basta.”
“non mettiamola così, non arriviamo a questo”
“NON ARRIVIAMO A QUESTO?? ti sembra troppo volgare, il mio modo di descrivere la situazione? ti piacerebbe qualcosa che ti facesse sentire meno schifoso, vero? qualcosa di più nobile…ma TU SEI UNO SCHIFOSO, non c’è niente di nobile nel fatto che basti che una ti assecondi un attimo per vederti comportarti come un coglione che le sbava dietro, come uno che non sente nient’altro che i suoi desideri”
“sai bene che non è così. c’è molto altro. che ne so io di che cosa è giusto? chi ha detto che un amore si fondi sulla paura?”
“che cazzo c’entra la paura adesso?”
“c’entra invece! perché tu vorresti un rapporto nel quale siamo fedeli l’uno all’altra per paura delle conseguenze che potrebbe avere il fare quello che vogliamo! mentre per me è assurdo rinunciare a fare quello che vogliamo!”
“perché sei un immaturo! perché pensi che nella vita si possa avere tutto, senza fare delle scelte, senza rinunciare a niente, senza pensare che tutte le cose hanno un prezzo! e non sai quanto mi fa incazzare che tu usi la tua dialettica per costruire delle ragioni a posteriori, solo per giustificare le minchiate che hai fatto, fingendo di avere assecondato un tuo disegno, uno stile di vita, mentre hai assecondato solo un’erezione, un impulso a scopare qualunque bella ragazza ti passi davanti!”
“mi dipingi come una bestia. mi accusi tanto ma le tue parole dimostrano che sei tu a non amarmi più”
“non ci provare, a scaricarmi le colpe. io non mi faccio scopare dal primo che passa!”
“senti, è inutile proseguire questa discussione. io me ne vado”
“cos’è, sei in ritardo sul tuo appuntamento? la tua amichetta ti sta reclamando? vai, vai pure. cosa cazzo credi di ottenere?”
“un po’ di pace, ad esempio” – erano le mie ultime parole, mentre chiudevo la porta dietro me, e sulla consapevolezza che avesse ragione lei.

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martedì, 06 maggio 2008
di ingenuità e cinismo

Certo, va detto che era grigio al punto che invece che maggio sembrava novembre.
Certo, va detto anche che quando sorrideva lei sembrava estate comunque, e lei sorrideva, eccome. A me, ed anche ad altri, ed io la sentivo la gelosia, insinuarsi nelle pieghe di espressione che ho agli angoli della bocca.
Va detto che in questo gioco io sembro ingenuo e sprovveduto ma invece sono un cinico di merda, quindi pensavo che comunque non mi sarei fatto male. O almeno, non più di quanto mi piaccia.
Va detto che lei ha quel sorriso dolce di chi sembra non poter fare male a una mosca, e sapeva tenerlo inalterato anche quando, con apparente noncuranza, levava la pelle poco a poco alle sue vittime. A me, per l’esattezza.
Nel frattempo io sognavo sogni strani nei quali perdevo il controllo di auto, moto, aerei e tutta la simbologia psicanalitica di un razionale che cade preda degli istinti; addirittura arrivavo ad un sogno in cui perdevo sangue dal naso, poi sangue da un orecchio e poi mi pisciavo addosso.
Va detto che poi perdevo il controllo davvero e definitivamente.
Mi affidavo alla megalomania che ho dentro, cercando pose da rockstar e maltrattando tutte le persone cui volevo bene.
“questa notte dormo fuori”
“scusa?”
“hai capito. non torno a dormire.”
“non pensi di dovermi dire qualcosa di più? tipo, dove vai, o con chi?”
“no, non penso”
“ti ha dato di volta il cervello?” – intanto ti tremava il mento come a chi sta per piangere – “hai delle responsabilità”
“mi sono rotto i coglioni delle responsabilità. e anche di te, credo. o almeno, oggi è così”
“mi stai dicendo che non mi ami più”
“no. io ti amo ma non ti penso mai”. Ecco, quella frase lì per lì l’ho detta solo perché l’avevo sentita in una canzone dei baustelle e mi piaceva, come se invece di sentimenti si trattasse solo di una faccenda estetica. Ma poi, pensandoci, era vera.
Nel frattempo cominciavo anche a litigare con un sacco di gente, amici o sconosciuti, per il gusto di farlo e perché a un certo punto qualche cazzotto in faccia devi pur prenderlo.
Va detto che più che qualche cazzotto finiva con uno sbrego lungo mezza guancia a mo’ di souvenir perenne (altro che tattoo) e con un dente spezzato da una bicchierata, durante un’allegra rissa finita a bottigliate in faccia.
Ho sempre avuto una paura fottuta, sia di prenderle che di darle, perché sono razionale. Cioè, mentre prendi a calci uno che sta per terra o mentre pesti il fondo dell’estintore in faccia a un altro, se ti metti a pensare che potresti fargli davvero male, che forse stai esagerando, che potresti pentirti, finisce che qualcuno che questi dubbi non se li fa ti ammazza di legnate. Non è mica il più forte quello che vince: è il più cattivo. Meglio ancora: è quello che pensa di meno.
Va detto anche che continuavo a sanguinare, anche in altri sensi, perché restavo un fesso sentimentale che trova romantico farsi ferire.
Io in questo gioco sembro un cinico di merda ma sono un ingenuo sprovveduto.
Faccio il duro per difendermi, o almeno così dicono le rubriche degli psicologi sulle riviste femminili; mi atteggio ad humphrey bogart, ma poi piango come un vitello tenendomi la testa tra le mani davanti allo specchio.
Va detto che quindi finivo a supplicarti, a implorarti di stare con me, di trovarmi fantastico e unico e speciale, manco fossi la risposta a tutti i tuoi bisogni. Finivo col perdere decoro, che sono bravo, io, nel dare il peggio di me. Non lo faccio apposta: per cercare di recuperare mostro tutta la gamma di pesantezza, infantilismo, piagnucolosità e stupidità che un uomo possa mettere in campo.
Va detto che ce ne vuole a giocarsi la reputazione, non bastano un paio di cazzate. Così nonostante tutto un’amica si confidava perché il moroso l’aveva lasciata quando si trattava di fare il salto di qualità, sposarsi eccetera.
“dai, lui era molto bello, su”
“perché io sono un cesso? guarda che mi sta dietro mezzo mondo”
“certo, ma quel mezzo mondo ti vuole fare, non vuole mica sposarti. Lo stesso vale per lui, può farsi un sacco di ragazze ed è quello che vuole. Mentre tu stai cercando il mulino bianco, con la casa in campagna e i marmocchi in giardino”
Piangeva. Mi fa sempre un po’ incazzare quando piangono, mi sento ricattato.
Va detto che sembro uno freddo ma sono sensibile oltremodo, così l’abbracciavo e accoglievo addosso a me i suoi singhiozzi, lasciando che le sue lacrime mi bagnassero la giacca. Finiva che prendeva fiducia in me, ed iniziava ad aprirsi e a sfogarsi e a raccontarmi delle loro crisi, cicliche, e di come lei (“una gnocca imperiale”, stando alla definizione di un mio amico) si era ingegnata nell’assecondare i desideri di lui per tenere accesa la fiamma della passione.
“guarda che al massimo con i pompini riesci a tenerti un fidanzato, mica lo convinci a sposarti.
“….e mi faceva anche schifo, ma lui ci teneva….diceva che ero diventata bravissima….”
Ridevo.
“Vaffanculo, damone. Sei uno stronzo, come gli altri, siete tutti uguali. Non avete cuore, né cervello, solo palle a comandare le vostre azioni. Siete delle bestie”
E finiva che mi scusavo, ripetutamente, e che nel tempo riuscivo a farla ricredere sul mio conto. E mi mettevo a recitare la parte del migliore amico, della spalla su cui piangere, della persona nobile che ti sa comprendere e che sa a sua volta mostrare le proprie debolezze.
Voglio dire, volevo uno di quei pompini in cui era diventata bravissima.

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giovedì, 17 aprile 2008
intanto, vivo

“Intanto danziamo continuando a mostrarci per ciò che non siamo e che non saremo mai”
(“Danziamo”, Io Carlo, da “In perenne riserva”)
 
Intanto dicono primavera ma piove e qualcuna compie gli anni e indossa un filo di perle e finalmente torna ad essere bellissima, ma di un bello che oggi potrebbe farmi un po’ male mentre in altri tempi ne sarei stato felice e quasi orgoglioso, invece ecco: oggi compi gli anni e sei bellissima e sei fuori dalla mia vita ed io fuori dalla tua.
 
Intanto mi ci metto ed inesorabilmente conquisto la mia bimba, e abbiamo sguardi e riti solo nostri ed io sono felice.
 
Intanto porto con me un casco in più tutti i giorni che non si sa mai, e prima mica lo facevo e ci sarà un motivo, no? e infatti c’è, eccome se c’è, e certe sere nell’aria fresca di milano costeggiando il castello sforzesco con lei dietro che mi abbraccia cazzo se mi sento felice.
 
Intanto vado a teatro e devo trovarmi con dei colleghi lì e invece incontro un’amica che non pensavo, e sono felice perché anche se lei ed io ci siamo visti solo due volte io la sento amica, perché ho letto le sue cose, ho guardato le sue foto, ho sbirciato il suo talento e la sua vita attraverso le cose che raccontava e gli sguardi delle persone nell’obiettivo; e poi anche lei ha letto le cose mie e ha colto cose particolari e abbiamo anche scritto insieme; e dopo lo spettacolo la cerco in lungo e in largo ma non la trovo più, che io avrei voluto andare a bere una cosa insieme a lei e fare due chiacchiere,e mi sento un bimbo perso nei grandi magazzini che cerca la mamma.
 
Intanto la mia donna vomita nel cuore della notte e io che non riesco a dormire più di due ore di fila in quel momento la odio ma riesco a nasconderle il mio risentimento; intanto la bimba cade dal letto e piange e mi preoccupo ma un attimo dopo lei ride e riesce a farmi ridere e io penso che senza di lei non saprei davvero più andare avanti.
 
Intanto mi iscrivo in palestra per la prima volta nella mia vita anche se l’idea mi fa schifo e vado a correre ma almeno quello mi piace e mi dico che la palestra mi servirà da esperimento sociologico, e mi dico che magari tutte queste cose mi serviranno a riuscire a non avere bisogno di bere meno, ma mi racconto palle per non ammettere che sto dando importanza alla pancia e a tutte quelle cazzate delle quali mi sono sempre bellamente infischiato, e lo sento, il senso di sconfitta, insinuarsi in bocca come un retrogusto amaro.
 
Intanto resto sciocco e vorrei sentirla bisognosa di me, ma lei, sorniona, ride e si lascia corteggiare e mi smonta ogni giorno, mi smonta in un modo che non posso non amare.
 
Intanto sul lavoro finalmente comincio a fare cose che non ho mai fatto, e finalmente lo dicono tutti, non solo io, che sono io quello che ha paura di uscire dalla zona di comfort, come dice il mio capo; e arrivano promozioni e arrivano soldi e mi chiedo se sta cambiando il mio rapporto coi soldi, il mio rapporto con le cose, e comunque arrivano più soldi ma resto un coglione, resto pigro e resto immaturo e resto uno che ha bisogno dell’acqua alla gola per darsi una mossa.
 
Intanto mia figlia per dormire ha bisogno di avere accanto qualcuno e di toccarlo, continuamente, esplorarne la pelle con le dita, coglierne i tratti del viso, indugiare sul petto o sulle spalle; e io sdraiato lì a lasciarmi ciancicare senza poter dormire penso e capisco che sono esattamente come la mia bimba, anche io ho un bisogno ossessivo del contatto fisico con le persone che amo; solo, sono un adulto e mi hanno educato a non esagerare che non sempre va bene, ma anche in ufficio io tocco alcune persone ogni volta che passo loro vicino, sulle spalle, sulle braccia, sulla vita e guarda caso sono le persone a cui voglio bene; e secondo me lo faccio più di chiunque io conosca, ma quando ne parlo nessuno conferma questa impressione e tanti mi dicono che do l’impressione di uno chiuso che manifesta poco i propri sentimenti.
 
Intanto lei indossa un impermeabile e ha l’eleganza e la grazia di audrey hepburn, e quando mi sorride è come aprire la finestra e fare entrare l’aria fresca, e toglie il casco e scioglie i lunghi capelli scuri e lisci e io mi sento impacciato e agitato come mi capitava molti anni fa e penso solo “mamma mia”.
 
Intanto il salone del mobile proponeva feste a tutto spiano ripresentando la milano da bere, solo che gli architetti, i designer, i fighetti sono vestiti diversi dagli anni ’80; se sei un architetto puoi vestirti come un fesso, e se sei un designer anzi devi vestirti come un fesso altrimenti sei creativamente poco credibile; e comunque pieno di alcol e pieno di soldi e di lusso e pieno di giovani donne belle eleganti e antipatiche con i loro stivali da amazzoni, anche se forse l’antipatia è legata al mio guardare questo mondo costeggiandolo senza riuscire davvero a farne parte.
 
Intanto arriva aprile e sono cinque anni che mio padre è morto e a me sembrano venti, e ho tanti ricordi bellissimi ma manchi, papà, manchi ogni giorno nelle cose che vorrei dirti e non posso, manchi quando vorrei farti vedere i miei successi, manchi nei sorrisi della mia bimba e nelle parole di mia madre, manchi in un modo che brucia, anche se lo tengo nascosto sul fondo, mentre vivo la mia vita e non ci penso, ma brucia e viene fuori ogni santo giorno che vivo.
 
Intanto l’aspetto per accompagnarla a casa in scooter e me ne frego dei colleghi che possono vederci e di cosa potrebbero pensare (e resto male quando mi accorgo che lei non sembra fare altrettanto); e andiamo a bere una cosa e sullo scooter ci raccontiamo e ci prendiamo in giro e cantiamo e mi sembra sempre che ridiamo molto e io lo so che è pericoloso ma me l’hanno già detto che ci ho thanatos troppo sviluppato; e io lo so che non c’è futuro ma ho deciso di smettere di pensare al futuro che a volte basta sognarlo, il futuro, per migliorare il presente, ed essere contenti.

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mercoledì, 19 marzo 2008
Aghi

sono uno stronzo ma so ancora piangere
so ancora sanguinare
quando l’immagine che gli altri mi danno di me stesso
davvero mi fa schifo, oltre ogni tollerabile margine di distorsione
dovuto alla distanza
tra ciò che sono e ciò che desidero essere
 
ci ricadi, anche questa volta
ci ricadi
domandati il perché
di tutte queste dipendenze
di tutti questi appigli che cerchi
fuori
fuori controllo,
fuori da te
 
ma io sono devoto alla logica
devoto a San Giorgio e ai fatti
devoto alla statistica che parla più chiaro delle minchiate che so costruire io,
cortine fumogene che poi, ecco,
diventano lacrimogene,
fumo nei miei occhi e basta,
e fumo nella mia gola a bruciare acre
a mettere sete, un’arsura che non si placa
e hai voglia a ripeterti “io sono meglio di così,
io..”
 
ti sei illuso
di poter essere come gli altri
di poterti rifare una vita
pulita
di poter riscrivere il libro dalla prima riga
cancellando il resto
ma qualcuno
ti riporta sempre indietro
 
che poi è anche vero, cazzo, se la calunnia passa
di bocca in bocca, come un cannone in comitiva a sedici anni
e ad ogni bocca trova conferma, trova rinforzo
come se fosse alimentato da un’esperienza reale, concreta,
vissuta in prima persona, invece che raccontata
da una qualsiasi tizia che in quel momento aveva un obiettivo che mi riguardava,
fosse rivalsa o desiderio
o ricatto,
qualsiasi cosa, non conta, non conta
conta solo il risultato, e il risultato dice male
 
qualcosa ti riporta sempre indietro
hai pensato di dedicarti ad altro, senza badare
senza guardare che anche dietro a queste evasioni
che giudicavi innocenti,
ci sono le stesse ombre, lo stesso bisogno
la stessa mancanza totale
di senso
 
ma se fossi davvero quello stronzo che dicono, forse
semplicemente,
cambierei la rotta, la strada, la compagnia,
invece di finire a rotolare da qualche parte,
triste come certi cani
mentre passeggio in solitaria al parco
non voglio vedere nessuno,
non fatemi parlare con nessuno
 
ed è curioso oggi,
che non appena le tue evasioni innocenti
non riempiono il tuo vuoto come vorresti
ci ricadi, perché davvero non ne eri mai uscito
e passi da una dipendenza all’altra,
da quella innocua a quella velenosa
e te ne fotti del pericolo, anzi, lo cercavi,
come sempre attratto
dall’abisso
e dal farti male sul serio
 
fuori c’è la primavera,
gli alberi gemmano le foglie nuove,
gli innamorati si baciano sulle panchine
io ho addosso un bell’abito blu,
le mani nelle tasche dei calzoni,
e speriamo che prima o poi mi possa bastare.
 

Postato da: ilnickdamone a 17:26 | link | commenti (2)

venerdì, 14 marzo 2008
un tassista, una donna, un barbone

Domenica sera prenoto un taxi per andare in aeroporto.
Cambio radiotaxi, ne chiamo uno che non chiamo mai.
Rispondono subito, a differenza di quegli altri stronzi che chiamo di solito, che mi tengono in attesa per due ore di default, giusto per farmi perdere la pazienza, inchiodato lì a sentire brutta musica per non perdere la priorità acquisita.
La sera dopo sono di ritorno a Linate. Piove. Faccio una fila chilometrica per il taxi. Quando tocca a me, la sorpresa: il taxista è lo stesso della sera prima.
Mi riconosce, è quasi felice della coincidenza.
Tra l’altro abita accanto a me.
Parliamo un po’, e dopo un po’ smettiamo.
 
Decido che lo amo, quest’uomo, anche per la sua capacità di capire, e smettere di chiacchierare prima che io possa pensare che mi sta rompendo le scatole.
 
Smanetto sul blackberry. Che sia milano o roma, consulto la posta elettronica in modo febbrile. Leggo e cerco di interpretare, mi sporgo tra una parola e l’altra per capire se c’è spazio. Spazio per sognare. Per illudermi.
Scrivo e cerco i termini più adatti, sforzandomi di immaginare la reazione che potrei ottenere. Quella che vorrei ottenere.
L’amico tassista per un attimo va oltre la soglia lecita e mi dice, “con quell’affare non smettete mai di lavorare, eh?”
Io taglio un sorriso di sghimbescio e gli dico “non esiste cliente capace di occuparmi la mente in questo modo…”
Lui mi sorride con gli occhi dallo specchietto retrovisore, che ci siamo capiti.
No, lei non è un cliente.
Sarebbe infinitamente più facile se lo fosse; saprei come comportarmi, quali sono le cose giuste da dire e da fare.
Sarebbe anche infinitamente più noioso. E lei è tutto tranne che noiosa.
 
Nella fila per il taxi c’era un vecchio a chieder soldi.
Ubriaco.
Barbone.
Un po’ di gente si è incazzata, “ora anche questa novità di chiedere soldi lungo la fila”.
Io gli allungo qualche moneta e un mezzo sorriso da un lato.
Do sempre soldi a chi me li chiede, che siano barboni, tossici, extracomunitari, io qualche spicciolo lo do.
Perché quel barbone, quel tossico, quell’extracomunitario avrei potuto essere io, se solo avessi avuto meno culo.
O potrei esserlo domani. Non mi ci vuole grande immaginazione per saperlo; perdo il lavoro, inizio a bere, perdo moglie e figlia, dimentico i nervi da qualche parte e finisco a dormire dentro a un cartone alla stazione centrale.
E anche se adesso io sono quello in giacca e cravatta a cui si chiedono i soldi, dentro io resto barbone, tossico, extracomunitario, e non me lo dimentico.
Non me lo dimentico mai.

Postato da: ilnickdamone a 17:23 | link | commenti (1)

lunedì, 11 febbraio 2008
New York Tale - #2

Arriviamo al nostro ufficio.
Mi sembra un film. Un energumeno alla reception mi fa compilare un questionario, vuole il passaporto, mi scannerizza l’iride (controlli incrociati?), mi fa un mucchio di domande e proprio quando mi aspetto l’esame delle urine mi dà un bigliettino stampato lì per lì con sopra la mia faccia da pirla e mi dice “sixteenth floor”, indicando degli ascensori che scopro più grandi del mio box auto.
Sbuchiamo al piano e la receptionist ci accoglie chiamandoci per nome. Si alza in piedi e ci indica le uscite di sicurezza, ci mostra dove sono ubicati gli estintori e i bagni e ci chiede se abbiamo bisogno di particolare assistenza in caso di evacuazione. Poi ci dirotta verso la sala riunioni, che è spaziale, e con una vetrata gigantesca affacciata su altri grattacieli. Decido di dare le spalle alla vetrata altrimenti mi giocherei qualsiasi possibilità di stare attento.
All’inizio ascolto e capisco.
Poi espongo quel che devo, parlando male e con salivazione azzerata ma capendo le domande e mimando le risposte.
Cerco di tenermi su a caffè ma sette ore di riunione non le reggo in italiano, figuriamoci in inglese. Allo scoccare della quinta ora qualcuno preme il pulsante “off” che ho sulla schiena, e cedo, di schianto.
Resta il mio fantoccio al tavolo, che:
1) sorride,
2) annuisce,
3) dice “yes” o “sure”,
ma tutto immancabilmente fuori tempo, fuori sincrono.
Finito il meeting, workaholica vuole approfittare per sbrigare altri lavori con un collega statunitense, quindi geneticamente superiore a noi, nella sua visione del mondo. In automatico faccio per seguirla, poi decido che è finito il tempo delle ipocrisie e, invece di stare in un ufficio per salvare l’apparenza fingendo di lavorare, comunico che vado a farmi un giro e saluto la compagnia.
E lo stesso faccio il giorno dopo, anche se workaholica a colazione mi dice che non dovrei, che ne va dell’immagine dell’ufficio italico, eccetera.
So che la pagherò, che mi sputtanerà con l’intero universo, ma sorrido e dico “è la mia faccia, è il mio nome, tu non ti preoccupare”.
Cammino come una bestia, con la determinazione feroce di chi vuole vedere tutto.
E vedo:
i barboni nelle chiese a dormire e a proteggersi dal freddo;
il fumo che fuoriesce dai tombini, come nei film;
gli spacciatori che occupano la stessa posizione fuori dalle scale di ogni fermata della metropolitana: prima è solo un dubbio, poi nell’avvicinarmi a una vetrina il tipo crede che vada verso di lui e mi offre la felicità per pochi dollari;
vetrine che danno agli italiani l’illusione di essere ricchi e avere potere d’acquisto;
ground zero ancora ridotto come un campo di polvere, con un sacco di polizia attorno;
i freak al Greenwich Village, coi negozi fetish e le casette splendide che sembra di essere da tutt’altra parte;
le luci di Time Square e quelle di Broadway, che non sai dove guardare;
i negozi che vendono di tutto, gestiti da intere famiglie di immigrati che tra loro parlano indiano, spagnolo, filippino o che cazzo ne so;
little italy che ormai di italiano non ci ha quasi più nulla che son tutti cinesi;
wall street che ti sembra di stare in un film, e tiffany che ti sembra di stare in un altro;
central park, col lago ghiacciato, e all’inizio ti domandi, chissà se vedrò gli scoiattoli, poi ne vedi talmente tanti che cominci a temere un attacco in massa;
il ponte di Brooklyn che ti fa pensare alla gomma del ponte e alla panchina con l’alba in faccia dentro a Manhattan di Woody Allen (ecco, lui purtroppo non l’ho visto);
i loft di Soho e Tribeca dove respiri un’aria modaiola che un po’ ricorda l’europa ma ci ha quel non so che…;
Brooks Brothers che non puoi non comprare niente;
la statua della libertà, in lontananza, con il suo braccio teso ad annunciare alle acque chissà cosa.
 
Poi non ho più tempo, non ho mangiato né bevuto né fatto pipì, monto su un taxi guidato da Sandokan e mi faccio portare in hotel a prendere il bagaglio, poi sotto l’ufficio dalla iena e via verso JFK.
I cimiteri lungo la strada hanno un altro sapore adesso.
La stanchezza si mescola all’euforia.
Ci denudiamo ai controlli, come tutti.
In inglese non so fare all’addetta la mia solita battuta sul piercing ai genitali che fa suonare l’ambaradan, e poi davvero qui non sarebbe il caso.
Aspettiamo.
Saliamo.
Prendiamo posto.
Vorrei dire a workaholica che non c’è bisogno per forza di parlarsi sempre; a volte è bello anche stare seduti accanto, zitti, semplicemente in silenzio.
Sul volo la gente dorme. Anche big mouth sprofonda.
Io non ci riesco, non ci riesco mai.
Però sono sereno come un bimbo, ascolto la mia musica, guardo il buio fuori dal vetro e mi perdo dietro pensieri belli.
 
 
 

Postato da: ilnickdamone a 14:03 | link | commenti (4)